Il panorama sportivo italiano sta cambiando! Di chi è la colpa?

Intervista a Sette Vite, il podcast di Hoara Borselli

Il panorama sportivo italiano sta cambiando! Di chi è la colpa?

Il panorama sportivo italiano sta cambiando rapidamente i suoi numeri. Possiamo prendere ad esempio il tennis italiano che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita straordinaria, sia sul piano sportivo che su quello economico, diventando un punto di riferimento non solo per i risultati, ma per la capacità di trasformarli in sviluppo strutturale. È un dato di fatto che il calcio continua oramai a perdere terreno e deve guardare al futuro con attenzione e senso di responsabilità.
Nel 2025 la Federazione Italiana Tennis e Padel ha superato per la prima volta i 230 milioni di euro di valore generale dell’indotto, con stime che indicano oltre 250 milioni nel 2026. Nello stesso periodo, il sistema calcistico federale FIGC si è attestato poco sopra i 200 milioni.
Ancora più rilevante è il dato sulla base dei praticanti.
Nel 2024 il tennis ha superato 1,1 milioni di tesserati con un incremento del +136%, avvicinandosi ai numeri della FIGC, che ne conta circa 1,4 milioni.
Un divario che fino a pochi anni fa sembrava incolmabile e che invece si è ridotto drasticamente. Il progetto “Racchette in classe” coinvolge già 400mila bambini, con investimenti annuali pari a 8 milioni di euro.
Questi numeri non rappresentano una competizione tra sport, ma pongono una domanda precisa al sistema calcistico federale italiano: si sta facendo abbastanza?
Come Presidente della Confederazione Calcistica Italiana, non posso nascondere una preoccupazione crescente. Il calcio resta, per ora, lo sport più seguito nel Paese ma le cose stanno cambiando rapidamente.
Il nodo centrale è sicuramente il settore giovanile ma anche la gestione manageriale degli organismi principali.
Negli ultimi anni abbiamo registrato difficoltà strutturali nelle società di base, un aumento dei costi per le famiglie e una progressiva perdita di attrattività nei confronti dei più giovani. Se il calcio perde terreno proprio nella fascia 6–14 anni, il problema non è solo sportivo: è sociale, educativo, economico.
Per questo la Confederazione Calcistica Italiana è oggi in prima linea nello sviluppo del calcio giovanile, con interventi mirati e misurabili. Stiamo investendo nella formazione degli allenatori di base, rivedendo i modelli educativi nelle fasce più giovani. L’obiettivo è chiaro: aumentare la partecipazione, non selezionare precocemente; educare prima di vincere.
Personalmente continuo a credere da anni che la crescita non arriva per caso, ma grazie a investimenti coerenti, a una governance stabile e alla capacità di valorizzare i successi sportivi senza disperderli, così come racconto già dal 2020 nel mio libro Miracolo Islanda.
Il futuro del calcio non si gioca solo nelle qualificazioni mondiali o nei grandi stadi. Si gioca nei campi di periferia, nelle scuole, nei piccoli centri. Ogni bambino che scegliamo di non perdere oggi è un atleta, un tifoso, un cittadino domani.
Il successo di altri sport non è una minaccia, ma un promemoria per i poteri forti:
senza una base giovanile solida ed un sistema manageriale adeguato nessun sistema regge nel tempo.