Anche l’Italia dovrebbe aprire una riflessione seria su questa possibilità.
Destinare una piccola percentuale delle risorse generate dalle scommesse al sistema calcistico significherebbe investire nei vivai, nel calcio dilettantistico, nelle infrastrutture, nella formazione di tecnici e arbitri e nell’accessibilità allo sport per migliaia di bambini e ragazzi.
Non si tratterebbe di un privilegio, ma di restituire al calcio una parte del valore economico che esso stesso produce, trasformandolo in opportunità, crescita e sviluppo per tutto il movimento.
Il futuro del calcio italiano non si costruisce soltanto con i grandi acquisti o con i diritti televisivi. Si costruisce soprattutto nei campetti di periferia, nelle scuole calcio, nei vivai e nelle società che ogni giorno formano i campioni di domani.
Solo investendo con lungimiranza nelle fondamenta del nostro movimento potremo recuperare competitività internazionale e tornare a fare del calcio italiano un punto di riferimento.




